RUDOLF STEINER


La Filosofia della Libertà


VII. VI SONO LIMITI ALLA CONOSCENZA?



Abbiamo stabilito che gli elementi per la comprensione della realtà vanno tolti dai due campi: del percepire e del pensare. Come abbiamo visto, la nostra organizzazione fa sì che la piena e totale realtà, compresi noi stessi in quanto soggetti, ci appaia inizialmente come una dualità. Il conoscere supera tale dualità in quanto ricostruisce la cosa intera dai due elementi della realtà: la percezione e il concetto elaborato dal pensare. Chiameremo mondo dell‘apparenza l‘aspetto in cui il mondo ci si presenta prima che mediante la conoscenza esso abbia acquisito il suo giusto aspetto; mondo dell‘apparenza contrapposto all‘entità unitaria composta da percezione e concetto. Possiamo così dire che il mondo ci è dato come dualità (dualistico), e che il conoscere lo elabora in unità (monistico). Una filosofia che parta da questo principio fondamentale può venir chiamata filosofia monistica o monismo. Le sta di fronte la teoria dei due mondi o dualismo. Quest‘ultimo non considera i due dati della realtà unitaria solo come tenuti separati dalla nostra organizzazione, ma come due mondi fra loro assolutamente diversi; e cerca poi i principi esplicativi di un mondo nell‘altro.

Il dualismo si basa su una concezione falsa di quella che chiamiamo conoscenza. Divide l‘essere complessivo in due campi, ognuno dei quali ha le proprie leggi, e li pone esteriormente l‘uno di fronte all‘altro.

Da un dualismo del genere deriva la distinzione, introdotta da Kant nella scienza e fino ad oggi non ancora eliminata, fra oggetto della percezione e cosa in sé. Secondo la nostra esposizione è nella natura della nostra organizzazione spirituale che una cosa qualsiasi possa esser data solo come percezione. Il pensare supera poi la separazione, indicando per ogni percezione il suo legittimo posto nell‘universo. Finché le parti separate dell‘universo vengono indicate come percezioni, noi seguiamo semplicemente nella separazione una legge della no

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stra soggettività. Se poi consideriamo la somma di tutte le percezioni come una delle parti, e gliene contrapponiamo una seconda nelle cose in sé“, semplicemente filosofiamo a vuoto. Abbiamo allora solo un gioco di concetti. Costruiamo una contrapposizione artificiale, ma non possiamo avere alcun contenuto per la seconda parte, perché un contenuto per una cosa particolare può venir creato solo muovendo dalla percezione.

Ogni modo dell‘essere che venga pensato al di fuori del campo di percezione e concetto è da ascrivere alla sfera delle ipotesi ingiustificate. A questa categoria appartiene la cosa in sé“. È solo del tutto naturale che il dualista non possa trovare il nesso fra il principio universale assunto ipoteticamente e il dato dell‘esperienza. Per il principio universale ipotetico si può solo trovare un contenuto prendendolo a prestito dal mondo dell‘esperienza, senza accorgersi del fatto. Altrimenti esso rimane un concetto privo di contenuto, un nonconcetto che ha soltanto la forma del concetto. Il dualista afferma poi di solito: Il contenuto di questo concetto è inaccessibile per la nostra conoscenza; possiamo solo sapere che un tale contenuto esiste, ma non che cosa esista“. In entrambi i casi è impossibile superare il dualismo. Se si inserisce qualche elemento astratto del mondo dell‘esperienza nel concetto della cosa in sé, rimane impossibile ricondurre la ricca vita concreta dell‘esperienza ad alcune caratteristiche che siano state prese esse stesse solo dalla percezione. Du BoisReymond pensa che gli impercepibili atomi della materia, con la loro posizione e il loro moto, producano sensazione e sentimento, per giungere poi alla conclusione che noi non arriveremo mai a una spiegazione soddisfacente sul come materia e moto producano sensazione e sentimento, perché è comunque per sempre incomprensibile che a un certo numero di atomi di carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, ecc. non debba essere indifferente la posizione e il moto che hanno, avevano o avranno. In nessun modo si può capire come possa sorgere la coscienza dalla loro azione reciproca“. Il ragionamento è caratteristico per tutto questo indirizzo di pensiero. Dal ricco mondo delle percezioni vengono

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separati posizione e moto per trasportarli nel mondo immaginato degli atomi; e poi ci si meraviglia che non si riesca a cavar fuori la vita concreta dal principio che si è prodotto e che si è preso a prestito dal mondo delle percezioni.

Che il dualista, il quale lavora col concetto dell‘in sé“ del tutto privo di contenuto, non possa giungere ad alcuna spiegazione del mondo, deriva già dalla definizione prima indicata del suo principio.

In ogni caso il dualista si vede costretto a porre dei limiti insuperabili alla nostra capacità di conoscenza. Il seguace di una concezione monistica del mondo sa che tutto quanto gli occorre per spiegare un fenomeno del mondo a lui dato deve trovarsi nell‘ambito del mondo stesso. Ciò che gli impedisce di arrivarvi possono essere solo casuali limitazioni temporali o spaziali, oppure difetti della sua organizzazione; e non dell‘organizzazione umana in generale, ma solo della sua particolare, individuale.

Dal concetto di conoscere, quale lo abbiamo determinato, deriva che non si può parlare di limiti della conoscenza. Il conoscere non è un problema generale del mondo, ma un affare che l‘uomo deve regolare con se stesso. Le cose non richiedono alcuna spiegazione. Esse esistono ed agiscono l‘una sull‘altra secondo le leggi che si possono scoprire mediante il pensare. Esistono in inseparabile unità con quelle leggi. Ora compare loro di fronte il nostro io, e in un primo tempo ne afferra solo ciò che abbiamo chiamato percezione. Ma nell‘intimo dell‘io vi è la forza per trovare anche l‘altra parte della realtà. Solo quando l‘io ha riunito anche per se stesso i due elementi della realtà, che nel mondo sono congiunti inseparabilmente, si ha il soddisfacimento della conoscenza: l‘io è di nuovo arrivato alla realtà.

I presupposti per il sorgere della conoscenza esistono dunque attraverso e per l‘io. Questo pone esso stesso il problema del conoscere, e lo ricava proprio dall‘elemento del pensare, in sé del tutto chiaro e trasparente. Se ci poniamo domande a cui non possiamo rispondere, il contenuto delle domande può non

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essere chiaro e preciso in tutte le sue parti. Non il mondo ci pone le domande, ma le poniamo noi stessi.

Posso immaginare che mi manchi ogni possibilità di rispondere a una domanda che trovo scritta in un posto qualsiasi, senza conoscere il campo da cui è preso il contenuto della domanda stessa.

Per la nostra conoscenza dobbiamo porre domande che sorgono in noi per il fatto che a una sfera della percezione, condizionata da luogo, tempo e organizzazione soggettiva, sta di fronte una sfera del concetto, rivolta alla totalità del mondo. Il mio compito consiste nel pareggio fra queste due sfere a me ben note. Qui non si può parlare di un limite della conoscenza. In un momento qualsiasi questo o quel fatto può rimanere oscuro, perché dalla posizione nella vita noi siamo impediti di percepire le cose di cui si tratta. Ma quel che oggi non si trova, si può trovare domani. I limiti così stabiliti sono soltanto transitori, e possono venir superati con il progresso della percezione e del pensare.

Il dualismo commette l‘errore di trasportare la contrapposizione oggettosoggetto, che ha significato solo nel campo della percezione, su entità puramente inventate, fuori da quel campo. Ma poiché le cose separate entro l‘orizzonte della percezione sono tali soltanto fino a quando chi percepisce si astiene dal pensare, il quale abolisce ogni separazione, facendola riconoscere come qualcosa di puramente soggettivo, il dualista traspone su entità che sono dietro le percezioni, dei giudizi che anche per le percezioni non hanno valore assoluto, ma solo relativo. Egli spezza così in quattro i due fattori, percezione e concetto, che vanno considerati nel processo conoscitivo: 1) l‘oggetto in sé; 2) la percezione che il soggetto ha dell‘oggetto; 3) il soggetto; 4) il concetto che riferisce la percezione all‘oggetto in sé. Il rapporto fra oggetto e soggetto è reale; il soggetto è veramente (dinamicamente) influenzato dall‘oggetto; questo processo reale non deve cadere nella nostra coscienza; deve invece suscitare nel soggetto una reazione sull‘azione proveniente dall‘oggetto. Il risultato di tale reazione deve essere la

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percezione. Solo questa arriverebbe alla coscienza. L‘oggetto avrebbe una realtà oggettiva (indipendente dal soggetto), la percezione una realtà soggettiva. Questa metterebbe in relazione il soggetto con l‘oggetto. Quest‘ultima relazione sarebbe ideale. Il dualismo divide così il processo conoscitivo in due parti. Fa svolgere la prima, produzione dell‘oggetto della percezione dalla cosa in sé, fuori della coscienza, e l‘altra, connessione della percezione col concetto e collegamento fra concetto e oggetto, entro la coscienza. Con queste premesse è chiaro che il dualista crede di avere nei suoi concetti solo dei rappresentanti soggettivi di ciò che vi è davanti alla sua coscienza. Il processo realeoggettivo nel soggetto, mediante il quale si forma la percezione, e ancor più i rapporti oggettivi fra le cose in sé rimangono direttamente inconoscibili per il dualista; secondo la sua opinione l‘uomo può soltanto crearsi dei rappresentanti concettuali della realtà oggettiva. Il legame unitario delle cose, che le lega fra di loro e le unisce oggettivamente col nostro spirito individuale (come cosa in sé), è al di là della coscienza in un essere in sé del quale nella nostra coscienza potremmo solo avere un rappresentante concettuale.

Il dualismo crederebbe di volatilizzare il mondo intero in uno schema concettuale astratto, se accanto ai nessi concettuali degli oggetti non stabilisse anche dei nessi reali. Con altre parole: al dualista i principi ideali da scoprire mediante il pensare appaiono troppo eterei, e cerca anche dei principi reali dai quali i primi possano venir sorretti.

Vogliamo ora guardare un po‘ più da vicino questi principi reali. L‘uomo ingenuo (il realista ingenuo) considera realtà gli oggetti dell‘esperienza esteriore. Per lui vale come prova della realtà il fatto di poter afferrare le cose con le mani e vederle con gli occhi. Nulla esiste che non si possa percepire“ è proprio da considerare il primo assioma dell‘uomo ingenuo, ma esso può venir ammesso anche nel suo inverso: Esiste tutto ciò che può venir percepito“. La miglior prova per questa asserzione è la credenza dell‘uomo ingenuo nell‘immortalità e negli spiriti. Egli immagina l‘anima come sottile materia sensibile che, in

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particolari condizioni, può persino divenire visibile per l‘uomo comune (credenza ingenua nei fantasmi).

Di fronte al suo mondo reale, per il realista ingenuo tutto il resto, e precisamente il mondo delle idee, è irreale, puramente ideale“. Quel che pensando aggiungiamo agli oggetti è semplice pensiero sulle cose. Il pensiero non aggiunge nulla di reale alla percezione.

Non solo riguardo all‘essenza delle cose l‘uomo ingenuo considera la percezione dei sensi la sola prova della realtà, ma anche riguardo al loro divenire. Secondo il suo modo di vedere una cosa può agire su un‘altra solo se una forza, esistente per la percezione dei sensi, esce dall‘una e afferra l‘altra. La fisica più antica credeva che dai corpi emanassero sostanze sottilissime che penetravano nell‘anima attraverso i nostro organi di senso. Soltanto a causa della grossolanità dei nostri sensi, rispetto alla finezza di quelle sostanze, sarebbe stato impossibile vederle. In linea di principio si ammetteva la realtà di quelle sostanze, perché si ammetteva la realtà degli oggetti del mondo sensibile, cioè per il loro modo di essere che veniva pensato analogo alla realtà sensibile.

Per la coscienza ingenua, l‘essenza poggiante in se stessa di ciò che si può sperimentare idealmente non vale come reale, nello stesso senso di quanto è sperimentabile coi sensi. Un oggetto afferrato nella mera idea“ vale come semplice chimera fino a che non possa venir fornito il convincimento della realtà mediante la percezione dei sensi. Per dirla in breve, l‘uomo ingenuo richiede anche la prova reale dei sensi, oltre quella ideale del proprio pensare. In questo bisogno dell‘uomo ingenuo vi è la ragione del sorgere delle forme primitive di una fede rivelata. Il Dio che ci è dato mediante il pensare, per la coscienza ingenua rimane sempre e solo un Dio pensato“. La coscienza ingenua richiede una rivelazione data con mezzi che siano accessibili alla percezione sensibile. Il Dio deve apparire in un corpo; si dà poco valore alla testimonianza del pensiero, ma solo al fatto che la divinità viene provata mediante la trasformazione sensibile e constatabile dell‘acqua in vino.

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L‘uomo ingenuo pensa che anche lo stesso conoscere sia un processo analogo a quello dei sensi. Le cose fanno un‘impressione sull‘anima, oppure emettono immagini che vi penetrano attraverso i sensi, e così via.

L‘uomo ingenuo pensa che sia reale ciò che egli può percepire con i sensi, e giudica analogo al percepito anche ciò di cui non ha tale percezione (Dio, anima, il conoscere, ecc.).

Se il realismo ingenuo vuol fondare una scienza, può vederla soltanto in una precisa descrizione del contenuto della percezione. I concetti sono per esso solo mezzi allo scopo; esistono per creare controimmagini ideali per le percezioni, ma non significano nulla per le cose stesse. Per il realista ingenuo valgono come reali solo i singoli tulipani che si vedono o che si possono vedere; l‘idea unica del tulipano è per lui un‘astrazione, un‘irreale immagine di pensiero che l‘anima ha composto sulla base delle caratteristiche comuni a tutti i tulipani.

L‘esperienza, la quale insegna che il contenuto della percezione è di natura transitoria, contraddice il realismo ingenuo col suo principio fondamentale della realtà di tutto quanto si percepisce. Il tulipano che io vedo è oggi reale; fra un anno sarà scomparso nel nulla. Quel che si mantiene è la specie tulipano. Per il realismo ingenuo la specie è però solo“ un‘idea, non una realtà. Così questa concezione del mondo si trova nella condizione di veder arrivare e sparire le sue realtà, mentre conserva di fronte al reale ciò che secondo la sua opinione è irreale. Il realismo ingenuo deve quindi ammettere ancora qualcosa di ideale accanto alle percezioni. Deve accettare entità che non può percepire con i sensi; deve rassegnarsi a pensare che il loro modo di esistere sia analogo a quello degli oggetti sensibili. Tali realtà prese per ipotesi sono le forze invisibili mediante le quali agiscono una sull‘altra le cose percepibili coi sensi. Una di queste è l‘ereditarietà che continua ad agire al di là dell‘individuo, e che è la ragione per cui da un individuo se ne sviluppa un altro a lui simile, conservando così la specie. Un‘altra è il principio vitale che compenetra il corpo organico, l‘anima, per la quale nella coscienza ingenua si trova sempre

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un concetto formato per analogia con le realtà sensibili. Un‘altra infine è l‘essere divino dell‘uomo ingenuo. Esso viene pensato attivo in un modo che corrisponde del tutto a ciò che può venir percepito come modo di agire dell‘uomo stesso: antropomorficamente.

La fisica moderna fa risalire le nostre sensazioni a processi di piccolissime particelle dei corpi e di una sostanza infinitamente sottile, l‘etere, o a qualcosa di simile. Quello che per esempio sentiamo come calore, è il movimento di particelle nello spazio occupato dal corpo produttore di calore. Anche qui si pensa un‘impercepibile, in analogia col percepibile. L‘analogo sensibile del concetto corpo“ è in questo senso l‘interno di uno spazio, chiuso da ogni parte, nel quale sfere elastiche si muovono in ogni direzione, si urtano fra loro, rimbalzano contro le pareti e così via.

Senza presunzioni del genere, per il realismo ingenuo il mondo si spezzerebbe in un aggregato sconnesso di percezioni senza rapporti reciproci, non riconducibile a unità. È però chiaro che il realismo ingenuo può giungere a tali presunzioni solo mediante un‘incongruenza. Se vuol restare fedele al suo principio fondamentale: solo il percepito è reale, non deve supporre alcuna realtà dove nulla percepisce. Nella prospettiva del realismo ingenuo le forze impercepibili, che agiscono muovendo dalle cose percepibili, sono in sostanza ipotesi ingiustificate. E poiché non consce altre realtà, esso correda le sue forze ipotetiche di un contenuto percettivo. Applica cioè un modo di essere (quello della percezione) in un campo in cui gli manca il mezzo che solo può dire qualcosa in merito a quel modo di essere: la percezione sensibile.

Questa concezione del mondo in sé contraddittoria porta al realismo metafisico. Accanto alle realtà percepibili, esso costruisce ancora una realtà impercepibile che pensa analoga alla prima. Di necessità il realismo metafisico è quindi dualismo.

Dove il realismo metafisico nota una relazione fra cose percepibili (l‘avvicinarsi mediante movimento, il divenir co

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scienti di qualcosa di oggettivo, ecc.) ivi esso pone una realtà; può però esprimere solo mediante il pensare la relazione che nota, non percepirla. La relazione ideale viene arbitrariamente fatta simile al percepibile. Per questo indirizzo di pensiero il mondo reale è quindi composto di oggetti percepibili che sono in continuo divenire, che appaiono e scompaiono, e di forze impercepibili dalle quali vengono prodotti gli oggetti della percezione che sono l‘elemento permanente.

Il realismo metafisico è una mescolanza contraddittoria del realismo ingenuo con l‘idealismo. Le sue forze ipotetiche sono entità impercepibili con qualità di percezione. Al di fuori della sfera del mondo, per la cui forma di esistenza esso ha un mezzo di conoscenza nel percepire, il realismo metafisico ha deciso di ammettere un‘altra sfera in cui quel mezzo vien meno e che si può scoprire solo mediante il pensare. Nello stesso tempo esso non può decidersi a riconoscere accanto alla percezione, come fattore ugualmente giustificato, la forma dell‘essere che il pensare gli trasmette: il concetto (l‘idea). Se si vuole evitare la contraddizione della percezione impercepibile, bisogna ammettere che, per le relazioni fra le percezioni trasmesseci dal pensare, per noi non vi è altra forma di esistenza che quella del concetto. Se si elimina dal realismo metafisico la parte ingiustificata, il mondo si presenta come la somma di percezioni con i relativi rapporti concettuali (ideali). Il realismo metafisico diventa così una concezione del mondo che per la percezione richiede il principio della percepibilità, per i rapporti fra le percezioni la pensabilità. Una simile concezione, accanto al mondo della percezione e a quello del concetto, non può far esistere una terza sfera del mondo per la quale abbiano contemporaneamente valore i due principi, il cosiddetto principio reale e l‘altro ideale.

Quando il realismo metafisico sostiene che, accanto alla relazione ideale fra l‘oggetto e il soggetto della percezione, deve esistere anche una relazione reale fra la cosa in sé“ della percezione e la cosa in sé“ del soggetto percepibile (del cosiddetto spirito individuale), questa asserzione si basa sulla falsa

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presunzione di un processo dell‘essere, non percepibile, analogo a quelli del mondo sensibile. Quando poi il realismo metafisico dice: Io entro in una relazione coscienteideale col mio mondo della percezione, ma posso entrare solo in una relazione dinamica (di forze) col mondo reale“, esso commette di nuovo l‘errore già criticato. Si può parlare di una relazione di forze solo entro il mondo della percezione (nel campo del senso tattile), non al di fuori.

Vogliamo chiamare monismo la concezione del mondo sopra caratterizzata, nella quale sfocia alla fine il realismo metafisico, quando elimini i suoi elementi contraddittori; tale concezione riunisce infatti in un‘unità superiore il realismo unilaterale e l‘idealismo.

Per il realismo ingenuo il mondo reale è una somma di oggetti della percezione; per il realismo metafisico, oltre alle percezioni, si aggiunge realtà anche alle forze impercepibili; al posto delle forze il monismo pone i nessi ideali che esso acquisisce mediante il pensare. Ma tali nessi sono le leggi naturali. Una legge naturale non è altro che l‘espressione concettuale dei rapporti fra determinate percezioni.

Il monismo non è mai nella necessità di chiedere altri principi esplicativi della realtà, al di fuori di percezione e concetto. Sa che in tutto l‘ambito della realtà non ve ne è alcun motivo. Vede nel mondo della percezione, come si presenta direttamente all‘attività del percepire, una mezza realtà; nella riunione di questa col mondo del concetto, esso trova la realtà intera. Il realista metafisico può obbiettare al monista: Può darsi che per la tua organizzazione la tua conoscenza sia completa in sé, che non le manchi alcun elemento; tu però non sai come il mondo si rispecchi in un‘intelligenza che sia organizzata diversamente dalla tua“. La risposta del monismo sarà: Anche se vi sono intelligenze diverse da quelle umane, se le loro percezioni hanno un‘altra forma dalle nostre, per me ha solo importanza ciò che di loro mi giunge attraverso percezione e concetto. Come soggetto, io sono posto di fronte all‘oggetto mediante il mio percepire, proprio mediante lo specifico perce

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pire umano.“ La connessione delle cose è così interrotta. Il soggetto la ricostituisce mediante il pensare, e si inserisce così di nuovo nel tutto universale. Poiché solo attraverso il nostro soggetto tale tutto appare diviso nel punto fra la nostra percezione e il nostro concetto, nella riunione dei due è anche data una vera conoscenza. Per esseri con un altro mondo di percezioni (per esempio con un numero doppio di organi sensori) il nesso apparirà interrotto in un altro punto, e la riunione dovrà di conseguenza avere la forma specifica a quegli esseri. Il problema dei limiti della conoscenza esiste solo per il realismo ingenuo e metafisico che vedono entrambi nel contenuto dell‘anima soltanto una rappresentazione ideale del mondo. Per essi ciò che in sostanza si trova al di fuori del soggetto è qualcosa di assoluto che si fonda in se stesso, e il contenuto del soggetto ne è un‘immagine che semplicemente è fuori di quell‘assoluto. La completezza della conoscenza dipende dalla maggiore o minore somiglianza dell‘immagine con l‘oggetto assoluto. Un essere che abbia un numero di sensi minore dell‘uomo percepirà meno del mondo, percepirà di più uno che ne abbia di più. Il primo avrà quindi una conoscenza meno completa del secondo.

Per il monismo il problema è diverso. Dall‘organizzazione dell‘essere che percepisce viene determinata la struttura secondo cui il nesso universale appare diviso in soggetto e oggetto. L‘oggetto non è assoluto, ma solo relativo rispetto a un determinato soggetto. Il superamento dell‘antitesi può quindi solo avvenire in un modo del tutto specifico, appunto nel modo caratteristico del soggetto umano. Non appena l‘io, che nel percepire è separato dal mondo, con l‘attività pensante si reinserisce nel complesso del mondo stesso, cessano tutti gli altri problemi che erano solo una conseguenza della separazione.

Un essere costituito altrimenti avrebbe una conoscenza diversa. La nostra è sufficiente per rispondere ai problemi posti dal nostro essere.

Il realismo metafisico deve chiedere: Attraverso che cosa ci sono date le percezioni che abbiamo? Attraverso che cosa il

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soggetto ne viene toccato?“.

Per il monismo la percezione è determinata dal soggetto. Questo ha però contemporaneamente nel pensare il mezzo per annullare la determinatezza da lui stesso suscitata.

Il realismo metafisico è di fronte a un‘altra difficoltà, se vuole chiarire la somiglianza delle immagini del mondo nei diversi individui umani. Deve chiedersi: Come accade che l‘immagine del mondo, che io costruisco in base alla mia determinata percezione soggettiva e ai miei concetti, risulti uguale a quella di un altro individuo umano, costruita in base ai due stessi fattori soggettivi? Come posso in genere, in base alla mia immagine soggettiva del mondo, trovare un incontro con quella di un‘altra persona?“. Dal fatto che in pratica gli uomini si trovino d‘accordo, il realista metafisico crede di poter dedurre la somiglianza fra le loro immagini soggettive del mondo. Dalla somiglianza di tali immagini egli deduce inoltre l‘uguaglianza degli spiriti individuali che sono alla base dei singoli soggetti umani della percezione, o degli io in sé“ che sono alla base dei soggetti.

Questa conclusione è dunque tale che da una somma di effetti fa derivare il carattere delle cause che ne sono alla base. Da un numero sufficientemente grande di casi si crede di poter conoscere lo stato delle cose, si crede di sapere come si comporteranno in altri casi le cause così individuate. Una tale conclusione si chiama induttiva. Ci si vede poi obbligati a modificarne i risultati, se in una successiva osservazione risulta qualcosa di inatteso, perché il carattere del risultato è solo determinato dalla struttura individuale delle osservazioni fatte. Il realista metafisico afferma che questa conoscenza condizionata delle cause sia sufficiente per la vita pratica.

Il ragionamento induttivo è la base metodologica del realismo metafisico moderno. Vi fu un tempo in cui si credeva di poter sviluppare da concetti qualcosa che non era più concetto. Si credeva di poter riconoscere dai concetti gli esseri metafisici reali di cui il realismo metafisico ha proprio bisogno. Questo modo di filosofare fa parte oggi delle cose superate. Si ritiene

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però, da un numero sufficientemente grande di fatti percettivi, di poter trarre delle conclusioni in merito al carattere della cosa in sé che ne è alla base. Come prima si cercava di poter sviluppare l‘elemento metafisico dai concetti, così oggi lo si cerca nelle percezioni. Poiché si avevano di fronte i concetti in trasparente chiarezza, si credeva di poter dedurre anche l‘elemento metafisico con sicurezza assoluta. Le percezioni non ci stanno davanti con la stessa trasparente chiarezza. Ogni percezione successiva si presenta un po‘ diversa dalle analoghe precedenti. In sostanza ciò che si era concluso in base alle percezioni precedenti viene quindi un po‘ modificato da ognuna delle successive. Il quadro che in tal modo si ottiene per l‘elemento metafisico si può quindi dire solo relativamente giusto; è soggetto a correzioni a séguito di casi futuri. La metafisica di Eduard von Hartmann porta il carattere di questi principi metodologici; sul frontespizio della sua prima opera principale egli ha posto il sottotitolo: Risultati speculativi secondo il metodo scientifico induttivo“.

La struttura che il realista metafisico dà oggi delle sue cose in sé è ottenuta mediante conclusioni induttive. Mediante considerazioni sul processo conoscitivo egli è convinto dell‘esistenza di un nesso oggettivoreale del mondo, accanto a quello soggettivo“ conoscibile mediante percezione e concetto. Egli crede di poter determinare, mediante conclusioni induttive tratte dalle sue percezioni, come sia sorta la realtà oggettiva.

Aggiunta alla nuova edizione del 1918. Per l‘osservazione imparziale dello sperimentare in percezione e concetto, quale si è tentato di descrivere nell‘esposizione che precede, saranno sempre di disturbo determinate rappresentazioni che sorgono nella sfera dello studio della natura. In questo campo si dice che mediante l‘occhio vengono percepiti nello spettro della luce i colori dal rosso al violetto. Ma oltre il violetto, nello spazio radiante dello spettro, vi sono forze cui non corrisponde una percezione colorata dell‘occhio, bensì un effetto chimico; allo stesso modo, oltre il limite di attività del rosso vi sono radia

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zioni che hanno solo effetti di calore. Riflettendo su questi e su altri fenomeni simili, si giunge all‘opinione che l‘ampiezza del mondo percettivo umano è determinata dall‘ampiezza dei sensi dell‘uomo, e che questi avrebbe dinanzi a sé un mondo del tutto diverso se avesse altri sensi in aggiunta ai suoi, oppure se ne avesse di diversi. A chi piaccia abbandonarsi su questa via a stravaganti fantasie, proprio le brillanti scoperte dell‘indagine moderna offrono un‘occasione molto seducente; egli può così riconoscere che nel campo dell‘osservazione umana ricade soltanto ciò che può agire sui sensi, formati in base alla sua organizzazione. Egli non ha alcun diritto di considerare in qualche modo determinante per la realtà ciò che di limitato percepisce attraverso la sua organizzazione. Ogni nuovo senso dovrebbe porlo dinanzi a un quadro diverso della realtà.

Pensato entro limiti adeguati, tutto ciò costituisce un‘opinione senz‘altro giustificata. Se però qualcuno di fa fuorviare da questa opinione nell‘osservazione imparziale dei rapporti fra percezione e concetto rilevati nella nostra esposizione, si chiude da sé la via verso una conoscenza del mondo e dell‘uomo che sia radicata nella realtà. Lo sperimentare l‘essenza del pensare, vale a dire l‘elaborazione attiva del mondo concettuale, è qualcosa del tutto diverso dallo sperimentare quanto è percepibile con i sensi. Per quanti sensi l‘uomo possa ancora avere, nessuno gli darebbe una realtà, se egli, pensando, non compenetrasse di concetti quanto ha percepito attraverso quel senso; e ogni senso, comunque strutturato e così compenetrato, dà all‘uomo la possibilità di vivere entro la realtà. La fantasia della possibile e diversissima immagine del mondo della percezione, dovuta ad altri sensi, non ha nulla a che fare col problema di come l‘uomo sia inserito nel mondo reale. Bisogna appunto ammettere che ogni immagine percettiva riceva la sua forma dall‘organizzazione dell‘essere che percepisce, e che l‘immagine percettiva, compenetrata dalla sperimentata attività pensante, conduce l‘uomo alla realtà. Non una raffigurazione fantasiosa di come il mondo dovrebbe apparire diverso per sensi diversi da quelli umani, può indurre l‘uomo a cercare

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di conoscere il suo rapporto col mondo, ma la convinzione che ogni percezione dà solo una parte della realtà che vi si trova, e che quindi svia dalla sua realtà. A questa convinzione si accompagna poi l‘altra che il pensare conduce alla parte della realtà che la percezione nasconde in se stessa. Può anche disturbare l‘osservazione imparziale del rapporto qui esposto fra percezione e concetto elaborato col pensiero, che nel campo dell‘esperienza fisica risulti la necessità di non parlare affatto di elementi direttamente visibili e percepibili, ma di grandezze invisibili, come linee di forza elettriche o magnetiche e così via. Può sembrare che gli elementi reali di cui parla la fisica nulla abbiano a che fare né con quanto è percepibile, né col concetto elaborato nel pensare attivo. Pure una tale opinione è basata su un‘autosuggestione. Innanzi tutto va rilevato che tutto quanto viene elaborato nella fisica, se non si tratta di ipotesi infondate che dovrebbero rimanere escluse, è acquisito mediante percezione e concetto. Il contenuto in apparenza invisibile viene completamente trasferito dal giusto istinto conoscitivo del fisico nel campo in cui vi sono le percezioni, e viene pensato in concetti con i quali si è attivi in quel campo. Le forze in campo elettrico e magnetico, e altre simili, secondo la loro natura non si acquisiscono con un processo conoscitivo diverso da quello che si svolge fra percezione e concetto.

Un aumento o una diversa struttura dei sensi umani darebbe un‘altra immagine percettiva, un arricchimento o una diversa formazione dell‘esperienza umana, ma una vera conoscenza dovrebbe venir acquisita mediante l‘azione reciproca di concetto e percezione, anche di fronte a una differente esperienza. L‘approfondimento della conoscenza dipende dalle forze dell‘intuizione che si esplicano nel pensare (cfr. a pag. 71). Tale intuizione, nell‘esperienza che si svolge nel pensare, può penetrare in sostrati più o meno profondi della realtà. Mediante l‘allargamento dell‘immagine percettiva quel penetrare può ricevere impulsi e in tal modo venire indirettamente sollecitato. Il solo penetrare nelle profondità, inteso come raggiungimento della realtà, non dovrebbe comunque mai venir scam

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biato con il trovarsi di fronte a un‘immagine percettiva più o meno vasta nella quale è sempre presente solo una metà della realtà, condizionata dall‘organizzazione del soggetto conoscente. Chi non si perda in astrazioni vedrà che per la conoscenza dell‘essere umano va anche considerato che per la fisica, nel campo delle percezioni, devono venir resi accessibili elementi per i quali non vi è direttamente un senso specifico, come per calore e suono. L‘essere umano concreto non è determinato solo dalla diretta percezione che egli si pone dinanzi mediante la sua organizzazione, ma anche dal fatto che egli esclude dell‘altro da tale diretta percezione. Come per la vita è necessario lo stato incosciente di sonno accanto a quello cosciente di veglia, così per l‘autoesperienza umana, accanto a quella della percezione dei sensi, è necessaria una sfera, persino maggiore, di elementi non percepibili sensibilmente nel campo dal quale derivano le percezioni dei sensi. Tutto ciò è già indirettamente detto nel testo originario di questo scritto. L‘autore fa seguire questa aggiunta, poiché ha fatto l‘esperienza che alcuni lettori non hanno letto con sufficiente precisione.

Si deve anche considerare che l‘idea di percezione“, quale è svolta in questo libro, non deve essere confusa con quella di percezione esteriore dei sensi, che ne è soltanto un caso particolare. Già da quanto precede, e ancor più dalla successiva esposizione, si vedrà che qui si considera percezione tutto ciò che viene sensibilmente e spiritualmente incontro all‘uomo, prima di venir afferrato dal concetto attivamente elaborato. Per avere percezioni di natura psichica o spirituale, non occorrono sensi quali sono intesi di solito. Si potrebbe dire che è inammissibile un simile ampliamento dell‘uso corrente del linguaggio. Esso è invece senz‘altro necessario, se in certi campi ci si vuole svincolare appunto dall‘uso del linguaggio per poter ampliare la conoscenza. Chi parla di percezione solo nel senso di percezione dei sensi non arriva, neppure per la percezione dei sensi, a un concetto che si possa usare per la conoscenza. Talvolta si deve ampliare un concetto, affinché esso consegua

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il suo giusto significato anche in un campo più ristretto. A ciò che in origine viene pensato in un concetto, si deve a volte aggiungere dell‘altro, affinché quel che fu così pensato, trovi la sua giustificazione e anche la sua rettifica. Così a pag. 80 di questo libro è detto: La rappresentazione è cioè un concetto individualizzato“. In proposito mi è stato obbiettato che quello era un uso insolito della parola. Ma quell‘uso è necessario, se si vuole pervenire a che cosa sia in sostanza la rappresentazione. Che avverrebbe del progresso della conoscenza, se ad ognuno che sia nella necessità di rettificare un concetto si obiettasse che sta facendo un uso insolito della parola“?

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