RUDOLF STEINER


La Filosofia della Libertà


VI. L'INDIVIDUALITA UMANA


La difficoltà principale nella spiegazione delle rappresentazioni viene trovata dai filosofi nella circostanza che noi stessi non siamo le cose esterne, e che tuttavia le nostre rappresentazioni devono avere una forma corrispondente alle cose. A un più preciso esame risulta però che tale difficoltà non esiste per niente. Certo noi non siamo le cose esterne, ma con le cose esterne facciamo parte di un unico ed identico mondo. Il settore di mondo che percepisco come soggetto è attraversato dalla corrente del divenire universale. Per il mio percepire io sono in primo tempo chiuso entro i limiti della mia pelle. Ma ciò che vi è entro la pelle fa parte del cosmo come un tutto. Affinché dunque esista un rapporto fra il mio organismo e l‘oggetto fuori di me non è affatto necessario che qualcosa dell‘oggetto scivoli in me o che faccia un‘impressione sul mio spirito, come un sigillo nella cera. Il problema di come io abbia notizia dell‘albero che sta a dieci passi da me, è posto in modo del tutto sbagliato. Esso deriva dall‘opinione che i miei limiti corporei siano pareti separatorie assolute attraverso le quali penetrano in me notizie delle cose. Le forze che agiscono entro la mia pelle sono le stesse che esistono al di fuori. Io sono dunque realmente le cose; però non io in quanto soggetto della percezione, ma io in quanto sono una parte entro il divenire universale. La percezione dell‘albero si trova col mio io in un unico complesso. Il divenire universale suscita nella stessa misura là la percezione dell‘albero e qui la percezione del mio io. Se io non fossi un conoscitore del mondo, ma il suo creatore, l‘oggetto e il soggetto (la percezione e l‘io) sorgerebbero in un unico atto, poiché essi si condizionano a vicenda. Come conoscitore del mondo posso trovare l‘affinità fra le due parti soltanto con il pensare, che le collega mediante concetti.

Le più difficili da eliminare sono le cosiddette prove fisiologiche della soggettività delle nostre percezioni. Se produco una pressione sulla pelle del mio corpo, la percepisco come

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sensazione di pressione. Ma posso percepire la stessa pressione come luce attraverso l‘occhio, come suono attraverso l‘orecchio. Percepisco una scarica elettrica come luce attraverso l‘occhio, come suono attraverso l‘orecchio, come urto attraverso i nervi cutanei, come odore di fosforo attraverso l‘organo dell‘olfatto. Che cosa ne deriva? Soltanto che io percepisco una scarica elettrica (o una pressione), e con essa una qualità di luce, o un suono, o un certo odore, e così via. Se non ci fosse l‘occhio, alla percezione della scossa meccanica nell‘ambiente non si accompagnerebbe la percezione di una qualità luminosa, senza la presenza dell‘orecchio quella di una percezione sonora, e così via. Con quale diritto si può però dire che senza organi di percezione tutto il processo non esisterebbe? Chi dalla circostanza che un processo elettrico suscita luce nell‘occhio, deduce che quello che noi percepiamo come luce fuori del nostro organismo è solo un processo meccanico di moto, dimentica che egli passa soltanto da una percezione a un‘altra, e che non esce dal campo delle percezioni. Come si può dire che l‘occhio percepisce quale luce un processo meccanico di moto nell‘ambiente, così si può asserire che una normale modificazione di un oggetto viene percepita da noi come processo di moto. Se sulla circonferenza di un disco rotante io dipingo dodici volte un cavallo, proprio nelle posizioni che il suo corpo assume muovendosi, mediante la rotazione del disco io posso suscitare l‘apparenza del moto: basta solo che guardi attraverso un‘apertura, in modo da vedere le successive posizioni del cavallo nei corrispondenti intervalli di tempo. Non vedo dodici immagini di cavallo, ma l‘immagine di un cavallo che corre.

I fatti fisiologici citati non possono quindi gettar luce sul rapporto fra percezione e rappresentazione. Dobbiamo cercare la giusta via in altro modo.

Nel momento in cui una percezione compare all‘orizzonte della mia osservazione, anche il pensare si muove in me. Una parte nel mio sistema di pensieri, una determinata intuizione, un concetto si collega con la percezione. Che cosa rimane quando poi la percezione scompare dal mio campo visivo? La

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mia intuizione in rapporto con la determinata percezione che si era formata nel momento del percepire. La vivezza con la quale in seguito potrò ripropormi quel rapporto, dipende poi dal modo in cui funziona il mio organismo spirituale e corporeo. La rappresentazione non è altro che un‘intuizione riferita a una determinata percezione, un concetto che una volta si è legato con una percezione e che è rimasto connesso con quella. Il mio concetto di un leone non è formato in base alle mie percezioni del leone. È invece dovuta alla percezione la mia rappresentazione del leone. Io posso far conoscere il concetto del leone a qualcuno che non ne abbia mai visto uno. Non mi riuscirà di trasmettergliene una rappresentazione vivente, senza la sua percezione diretta.

La rappresentazione è cioè un concetto individualizzato. Ci diventa così spiegabile che per noi le cose della realtà possono venir rappresentate appunto mediante rappresentazioni. La piena realtà di una cosa ci risulta nel momento dell‘osservazione dal confluire di concetto e percezione. Attraverso la percezione il concetto acquista un aspetto individuale, un nesso con quella determinata percezione. In tale aspetto individuale, che porta in sé come caratteristica il rapporto con la percezione, il concetto continua a vivere in noi e forma la rappresentazione della cosa corrispondente. Quando poi incontriamo una seconda cosa con la quale si collega il medesimo concetto, la riconosciamo come facente parte dello stesso genere della prima; quando la incontriamo di nuovo, nel nostro sistema di concetti non troviamo solo un concetto corrispondente, ma il concetto individualizzato con il suo caratteristico rapporto con quella cosa, e la riconosciamo di nuovo.

La rappresentazione sta dunque fra percezione e concetto. È il concetto determinato, riferentesi alla percezione.

Posso chiamare mia esperienza la somma di ciò su cui posso formare rappresentazioni. Chi avrà il maggior numero di concetti individualizzati avrà la più ricca esperienza. Chi manchi di ogni capacità d‘intuizione non è idoneo ad acquistare esperienza. Gli sfuggono sempre gli oggetti dal suo campo visivo,

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perché gli mancano i concetti che deve mettere in relazione con gli oggetti stessi. Altrettanto poco potrà accumulare esperienza un uomo con una ben sviluppata capacità di pensare, ma con un‘attività di percezione mal funzionante a causa di rozzi strumenti sensori. Egli potrà sì procurarsi in qualche modo dei concetti, ma alle sue intuizioni mancherà il rapporto vivente con determinate cose. Il viaggiatore privo di pensieri e il dotto che vive in astratti sistemi di concetti sono ugualmente incapaci di acquisire una ricca esperienza.

La realtà ci si presenta come percezione e concetto, l‘immagine soggettiva della realtà come rappresentazione.

Se la nostra personalità si manifestasse solo nella conoscenza, la somma di tutto il mondo oggettivo sarebbe data in percezione, concetto e rappresentazione.

Noi non ci accontentiamo però di collegare la percezione al concetto con l‘aiuto del pensare, ma la colleghiamo anche con la nostra particolare soggettività, col nostro io individuale. L‘espressione di questo nesso individuale è il sentimento che si manifesta come piacere e dispiacere.

Pensare e sentire corrispondono alla doppia natura del nostro essere, di cui già abbiamo parlato. Il pensare è l‘elemento mediante il quale partecipiamo al divenire generale del cosmo; il sentire è l‘elemento mediante il quale possiamo ritirarci entro i limiti del nostro essere.

Il nostro pensare ci unisce con il mondo; il nostro sentire ci riconduce in noi stessi, esso soltanto fa di noi degli individui. Se fossimo esseri che solo pensano e percepiscono, tutta la nostra vita dovrebbe scorrere in un‘inalterabile indifferenza. Se potessimo solo conoscerci come dei sé, saremmo del tutto indifferenti a noi stessi. Soltanto perché con l‘autoconoscenza sperimentiamo anche il sentimento di noi stessi, con la percezione delle cose sentiamo anche piacere e dispiacere, noi viviamo come esseri individuali la cui esistenza non si esaurisce nel rapporto concettuale nel quale ci poniamo rispetto al resto del mondo; abbiamo anche uno speciale valore per noi stessi.

Si potrebbe essere tentati di vedere nella vita del sentimen

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to un elemento più ricco di realtà che non l‘osservazione pensante del mondo. In merito bisogna rispondere che la vita del sentimento ha questo più ricco significato proprio soltanto per me. Per l‘universo la mia vita di sentimento può acquisire un valore solo se il sentimento, come percezione del mio sé, viene collegato con un concetto, e per questa via si inserisce nel cosmo.

La nostra vita è un continuo oscillare fra la convivenza con il divenire universale e il nostro essere individuale. Quanto più saliamo nella natura generale del pensare, in cui l‘elemento individuale alla fine ci interessa solo come esempio, come modello del concetto, tanto più si perde in noi il carattere dell‘essere particolare, della singola e ben determinata personalità. Quanto più discendiamo nelle profondità della nostra vita e facciamo risuonare all‘unisono i nostri sentimenti con le esperienze del mondo esterno, tanto più ci distacchiamo dall‘esistenza universale. Una vera individualità sarà quella che maggiormente si solleva con i suoi sentimenti nella regione dell‘ideale. Vi sono persone nelle quali anche le idee più generali che si fissano nelle loro teste portano ancora quella particolare colorazione che le mostra chiaramente legate al loro portatore. Ne esistono altre i cui concetti ci si presentano così prive di ogni traccia personale, come se non scaturissero da qualcuno che ha carne e sangue.

Il formare rappresentazioni dà già alla nostra vita concettuale un‘impronta individuale. Ognuno ha infatti un proprio posto dal quale osserva il mondo. Alle sue percezioni si allacciano i suoi concetti. Egli penserà i concetti generali nel suo modo particolare. Questa specifica determinazione è il risultato del nostro posto nel mondo, della sfera di percezioni che è connessa al nostro posto nella vita.

Di fronte a questa determinazione ve ne è però un‘altra, dipendente dalla nostra particolare organizzazione. La nostra organizzazione ha infatti caratteristiche speciali e ben determinate. Noi colleghiamo con le nostre percezioni ogni nostro sentimento particolare, e con i più diversi gradi di intensità.

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Questo è l‘aspetto individuale della nostra personalità, e rimane come residuo dopo che abbiamo tenuto conto di tutte le determinazioni dovute al nostro posto nella vita.

Una vita di sentimento del tutto vuota di pensiero dovrebbe a poco a poco perdere ogni connessione con il mondo. Per chi invece tenda al tutto, la conoscenza delle cose andrà di pari passo con la formazione e lo sviluppo della vita di sentimento.

Il sentimento è il mezzo mediante il quale i concetti acquistano una vita concreta.

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